Estero

Deutsche Bank affondata dalla finanza speculativa

ll 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro!

di Mario Lettieri e Paolo Raimondi  già sottosegretario all’Economia **economista  – Italia Oggi

Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale. Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni Db hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10 mila dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo. Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della Db, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, «accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici».

Fino alla fine degli anni ottanta la Db era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale. Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della Db alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno «scenario di crisi» per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York. Indubbiamente la Db non è una «banchetta» qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto Cet1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.

Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera Db a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto! Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i «famigerati derivati over the counter (otc)», quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della Db. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una «particolare attenzione» e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla Db tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche «too big to fail», troppo grosse per fallire in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la Db per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi. Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla Db circa la metà della somma.

Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve, nel 2017, ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di «condizioni problematiche» in cui verserebbe la Db. Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto. È un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

La Germania sta usando la Ue per i suoi interessi

L’Italia invece, per il progetto europeo, si è letteralmente svenata rinunciando a qualsiasi sovranità, facendo comprare qualsiasi cosa e abbracciando una politica di austerity che l’ha distrutta rinunciando anche alla svalutazione della sua moneta.

La notizia fresca è che la Germania non cambierà la propria politica economica e continuerà a violare le regole europee. Olaf Scholz, il neo ministro delle Finanze tedesco, della Spd, ha dichiarato al Wall Street Journal di non avere intenzione di abbassare le tasse per stimolare la domanda interna e ridurre la dipendenza dalle esportazioni. Il quotidiano americano nota che i vicini europei speravano in un cambio di politica. Riguardo alle critiche per il surplus commerciale tedesco la difesa è di questo tenore: “Nessuno ci ha mai criticato per avere un’economia altamente performante e competitiva”. I tedeschi evidentemente pensano di essere più furbi di tutti. Che il surplus commerciale tedesco sorpassi di molto quello della Cina o del Giappone è un fatto inspiegabile anche contando la bravura tedesca; è un fatto altrettanto innegabile che se la Germania fosse da sola, con un tale surplus finanziario e un tale surplus fiscale, oggi la sua valuta sarebbe fuori dal grafico.

Per comprendere costa stia succedendo basta osservare quello che è successo in Svizzera dopo la crisi. La banca centrale svizzera è stata costretta a espandere il suo bilancio comprando asset esteri per contenere la rivalutazione del franco svizzero. Senza l’Europa, la Germania sarebbe costretta a investire all’estero per evitare di ammazzare il proprio export con una rivalutazione del marco che oggi sarebbe spropositata. La Germania non esporta solo beni, ma esporta deflazione e disoccupazione accumulando surplus commerciali e finanziari che la pongono in una situazione unica non rispetto all’Europa ma rispetto al mondo; Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e Cina hanno aumentato il proprio debito pubblico grandemente negli ultimi anni.

Gli indicatori economici tedeschi degli ultimi dieci anni sono completamente innaturali perché frutto di una costruzione europea artificiale che non permette nessuna camera di compensazione dei suoi squilibri. La Germania ottiene quei numeri perché compete con un euro svalutato e, unico caso al mondo, non rischia che il proprio surplus finisca in una rivalutazione del cambio. La politica tedesca comporta problema esterni nella misura in cui il resto del mondo lamenta, a ragione, una competizione scorretta e problemi interni perché un’unione fondata su un cambio unico e un’unica banca centrale non potrà mai funzionare se nell’Unione si assiste all’accumulo di squilibri che in qualsiasi altro Stato si ridurrebbero naturalmente via Stato centrale. Le differenze tra il New Jersey e l’Alabama vengono contenute dalla redistribuzione delle risorse via “Washington”.

La Germania non può non aver capito cosa produca la sua politica e cioè l’esplosione delle differenze in Europa, con un aumento della conflittualità ben rappresentato dall’emergere di partiti populisti (anche in Germania), e la reazione dei Paesi extraeuropei con un aumento della conflittualità verso l’esterno. Gli Stati Uniti sanno che i dazi che esistevano venti anni fa non funzionano più perché la Germania non rivaluta più il suo marco. La Germania si nasconde dietro l’Europa proclamando i principi del libero commercio, ma non è più credibile perché il gioco ormai è palese. Usando l’Europa come scudo umano per difendere politiche che sono scorrette la Germania sposta il mirino da se stessa a tutta l’Unione sperando in questo modo di aumentare il proprio potere negoziale.

È un gioco pericoloso perché rischia di passare l’idea che, per riequilibrare lo squilibrio tedesco, bisogna smontare l’Europa. Se l’euro e l’Europa finissero domani, la Germania si ritroverebbe in una situazione di arrivo infinitamente solida e molto migliore di quella d’entrata, mentre i suoi competitor, tra cui il principale italiano, ne uscirebbero a pezzi. Il corollario di questa analisi è che a non credere all’Europa è proprio e in primis la Germania che la sta usando per i propri interessi esclusivi senza condividere un singolo euro dei benefici ottenuti. L’Italia invece per il progetto europeo si è letteralmente svenata rinunciando a qualsiasi sovranità, facendo comprare qualsiasi cosa e abbracciando una politica di austerity che l’ha distrutta rinunciando anche alla svalutazione della sua moneta.

In pratica con l’Europa, la Germania ha impedito all’Italia di continuare con il modello di sviluppo che per cinquanta anni le aveva garantito la prosperità impossessandosi perfino della possibilità, parte del modello italiano, di competere nel mondo con un cambio svalutato. L’Italia ha rinunciato al suo modello per l’Europa, ma la Germania non ha mai rinunciato al suo e non ci rinuncia oggi anche a costo di uccidere l’Europa.

Oggi l’Europa si regge sull’accordo franco-tedesco, ma non è affatto chiaro quale sarà la reazione francese quando la Francia sarà costretta ad attuare l’austerity vera in casa sua per continuare a tenere in vita l’attuale politica economica europea tutta basata sulle esportazioni e non sugli investimenti. Il supporto dell’establishment all’attuale Unione, a ogni costo incluso l’autodistruzione italiana e incluso l’esplosione dei conflitti, oggi sembra monolitico; dire che l’Unione non funziona e che forse bisognerebbe pensare di smontarla per tenere in vita il suo spirito migliore garantisce di diritto un posto tra i reietti, tra i populisti, tra i retrogradi e forse, persino, tra i “fascisti”.

Le cose però cambiano sempre più velocemente di quello che ci si aspetta. Scommettere su questa struttura europea oggi significa scommettere su due cose: sulla tenuta dell’accordo francese nel breve e, nel lungo, sulla capacità della Germania di sfilare la sovranità a tutti i vicini dominando il continente, per impedire il necessario riequilibrio tra i Paesi membri, usandolo conflittualmente con i Paesi extraeuropei. L’ultima volta che l’Italia ha seguito la Germania su un’idea del genere è finita molto male; per loro e per noi.

Ultimissima nota. Pensare che la posizione americana sia un fatto contingente causato da Trump probabilmente è un errore. I democratici che non hanno voluto cambiare niente erano amati dai tedeschi, ma hanno perso le elezioni in casa. Forse al prossimo giro due conti li fanno anche loro.

Italia Oggi

 

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