Contraddizioni italiane e rimedi europei

Lo scontro in atto per la leadership mondiale è senza esclusione di colpi. La Cina è diventata protagonista nei settori di tecnologia avanzata e sta allargando l’influenza in territori decisivi, dall’Africa alla stessa Europa. Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno recuperato aggressività e, grazie alla forza di re dollaro, attaccano sui dazi rimettendo in discussione equilibri commerciali consolidati. Il terzo incomodo è la Russia di Putin, certamente più debole come Stato ma con una leadership adeguata e con la capacità d’imporsi sullo scacchiere della geopolitica. In questo scenario l’Europa ha una caratteristica opposta: la carenza di leadership, unita a divisioni laceranti e alla perdita di colpi nei settori produttivi più avanzati.

Così rischia di essere sempre più il mercato da conquistare: 300 milioni di consumatori, di gran lunga quello di maggior interesse e ricchezza. È facile prevedere, come confermano un po’ tutti i sondaggi, che le elezioni del 26 maggio vedranno la vittoria dei cosiddetti sovranisti, ma non in dimensioni tali da conquistare la guida del Parlamento europeo.

Comunque vada a finire, per l’Italia non cambierà molto. Siamo un Paese che resta la seconda industria manifatturiera europea e molto ricco, nonostante sacche significative di povertà, ma con due palle al piede formidabili: il debito pubblico fuori controllo (nonché in crescita continua) e una legge finanziaria da approvare entro l’anno in cui i conti non tornano, con la necessità di recuperare 45 miliardi mancanti, a partire dalla quasi metà che serve per neutralizzare le clausole Iva. In più continuiamo a essere un Paese fortemente diviso. Insomma, le condizioni per finire sotto il tiro dei mercati finanziari ci sono tutte. Un attacco a cui sarebbe molto difficile rispondere.

Qualunque siano i risultati elettorali, è indispensabile aprire un confronto sulla manovra d’autunno. La certezza, anche in caso di vittoria dei sovranisti, è che non tira aria di sconti all’Italia su flessibilità e debito pubblico. Anzi, il paradosso è che gli alleati in Europa del governo italiano attuale hanno dichiarato apertamente che le regole europee sui vincoli di bilancio devono essere rispettate. Questo è il verdetto degli esponenti di spicco delle forze populiste, dalla Polonia all’Austria, dall’Ungheria agli altri Paesi dell’Est Europa.

Ecco perché, qualunque sarà il responso delle urne, l’Italia dovrà andare alla verifica dei numeri. E lo farà tra Scilla e Cariddi. Da una parte un Paese con regioni produttive che non hanno nulla da invidiare a quelle tedesche. Dall’altra il peso di conti pubblici che non tornano. E che, in qualche modo, dovranno tornare prima che i mercati internazionali, finanziari o no, decidano di andare all’attacco. Le condizioni ci sono tutte: l’Italia si presenta al voto come un Paese con una grande ricchezza privata, un debito insostenibile, diviso e rissoso.

Da Il Sole24Ore

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