Bankitalia: crescita frenata da spread e stress finanziari

C’è una cifra: 4 miliardi. È questo l’extra costo dello spread nel biennio 2019-2020 rispetto ad un anno fa se i rendimenti all’emissione dei titoli di Stato dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Un fardello che andrebbe a sommarsi ai 64 miliardi di costo del debito previsto nel Def. La stima è contenuta nel primo Rapporto sulla Stabilità Finanziaria del 2019 della Banca d’Italia, dove si avverte che «i rischi per la stabilità finanziaria derivanti dalla congiuntura economica internazionale sono in aumento» e che «le previsioni di crescita per il 2019 sono state riviste al ribasso e l’incertezza è aumentata». Insomma, «l’indicatore di stress macrofinanziario dell’Italia si mantiene su livelli elevati». In questo contesto difficile gli impegni nell’agenda del debito pubblico sono ingenti: i collocamenti lordi a medio e lungo termine previsti tra maggio e dicembre ammontano a 141 miliardi, un valore decisamente superiore a quello dello stesso periodo del 2018 (129 miliardi), cui si aggiungono altri 205 miliardi che scadranno nel 2020.

Il documento di Via Nazionale inoltre certifica, sul fronte delle imprese, come il rallentamento congiunturale tende a indebolire le condizioni finanziarie. I debiti delle imprese verso le banche sono tornati a contrarsi nei primi mesi del 2019, una tendenza destinata a proseguire. Ma il nodo è che «le condizioni di accesso al credito stanno peggiorando, soprattutto per le aziende più piccole». Da diversi anni, a causa delle selettività degli intermediari, «la crescita del debito bancario è limitata alle imprese finanziariamente più solide e a quelle di maggiore dimensione». Un fattore positivo, tuttavia, è che la «trasmissione» dell’incremento dei tassi sui titoli di Stato al costo dei finanziamenti delle imprese «è stata finora limitata, anche per la sostenuta concorrenza tra gli istituti di credito».

Sul fronte bancario prosegue il rafforzamento, anche se gli istituti «sono vulnerabili a evoluzioni avverse del mercato dei titoli pubblici» quindi lo spread, tanto che un aumento di 100 punti base della curva dei rendimenti dei titoli di Stato (ne hanno in pancia 332 miliardi) determinerebbe un calo dell’indice di patrimonio Cet1 di circa 40 punti base, 10 in meno rispetto a giugno. Intanto prosegue «a ritmi sostenuti» lo smobilizzo dei crediti deteriorati delle banche italiane, noti come Npl. Le vendite delle sofferenze concluse nel 2018 (per un valore complessivo di 55 miliardi) hanno superato di 15 miliardi l’ammontare programmato dalle banche all’inizio dell’anno: alla fine del 2018 le consistenze nette dei crediti deteriorati erano pari a 90 miliardi e le consistenze lorde pari a 189 miliardi, il 30% in meno rispetto alla fine del 2017 (27 per cento al lordo delle rettifiche). Il rapporto tra i crediti deteriorati e il totale dei finanziamenti è sceso a fine anno al 4,3% al netto delle rettifiche di valore. Stime Bankitalia indicano che l’incidenza di tali crediti sul totale diminuirebbe al 3,9% entro fine anno e al 3,1 nel 2021. Entro il 2019 la quota scenderebbe sotto il 5% per le banche meno significative con un’elevata incidenza di crediti deteriorati» precisa Bankitalia nel rapporto. Sul fronte della raccolta si accentua la tendenza al calo delle obbligazioni scese da 422 a 87 miliardi. Entro il 2020 ne scadranno 27 miliardi detenute da famiglie e 49 da investitori, e come accaduto negli anni passati le famiglie è verosimile che le sostituiscano con conti correnti. In Italia prosegue il boom di questa forma di risparmio: alla fine del 2018 rappresentava il 73% dei depositi di famiglie e imprese, contro il 43 e il 66 di Francia e Germania. La situazione finanziaria delle famiglie è stabile, tuttavia qualche nube all’orizzonte si vede: il rialzo dei tassi sui titoli di Stato si sta trasmettendo al costo di finanziamento, tanto che rispetto allo scorso settembre i margini applicati dalle banche sui mutui a tasso fisso sono cresciuti di quasi 50 punti base, mentre i variabili si sono mantenuti stabili.

Infine il rapporto rileva che a differenza del 2018 non è stato identificato come O-SII (Other Systemically Important Istitution) il gruppo Monte Paschi: a seguito del processo di ristrutturazione l’indicatore che misura la rilevanza sistemica è sceso sotto la soglia minima di identificazione. Dal 1° gennaio 2019 Mps non deve più mantenere alcuna riserva di capitale aggiuntiva.

Da Il Sole 24 Ore

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