Economia, 5 grafici per spiegare il 2018 e che anno sarà il 2019

Il mondo racconta due storie diverse. Stando ai titoli dei giornali e dei siti l’economia globale sta vivendo un momento di difficoltà, con i continui su e giù dei mercati finanziari. Sono tanti i fattori che in questi ultimi mesi hanno condizionato l’aumento dell’incertezza: la Brexit, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, le tensioni tra Italia e Unione europea sulla manovra appena rientrate, le nuove sanzioni americane contro l’Iran, la bomba a orologeria del debito cinese, la crescita del debito nei Paesi emergenti e nei Paesi in via di sviluppo, il crollo del prezzo del petrolio, e così via.

I dati sull’andamento reale dell’economia globale raccontano tutta un’altra storia. Secondo le rilevazioni preliminari del Fondo monetario internazionale, l’economia globale nel 2018 è cresciuta del 3,7 per cento (i dati definitivi verranno resi noti il 21 gennaio con il nuovo World Outlook Fmi). Più 3,7%: lo stesso ritmo di crescita fatto registrare nel 2017. Ed esattamente la medesima percentuale di crescita mondiale che il Fondo stima per il 2019. Insomma, crescita piatta se volete. Ma pur sempre crescita e a un buon ritmo, considerando tutti i fattori di cui sopra e le tante differenze e peculiarità tra aree e tra paesi.

Questo contrasto tra ciò che gridano i titoli di apertura dei giornali e lo stato di salute dell’economia reale è tanto più evidente se si considera quello che è accaduto nel 2018 negli Stati Uniti, prima potenza mondiale che ha vissuto il migliore anno da un decennio a questa parte in termini di crescita del Pil e, in generale, di andamento dei principali indicatori economici: occupazione, disoccupazione, fiducia degli investitori e dei consumatori, produzione industriale. Nel 2018 la crescita americana è stata favorita dalla riforma fiscale che ha diminuito le imposte societarie dal 35% al 21% e dall’aumento della spesa pubblica che ha spinto sulla domanda (facendo però anche salire a livello record il deficit federale).

Nel 2019 l’economia americana dovrebbe continuare a crescere, ma a ritmi inferiori per via della riduzione degli effetti positivi indotti dai tagli fiscali, dicono gli esperti. Crescerà meno ma sempre a percentuali più elevate rispetto alle altre maggiori economie mondiali. Se il trend positivo dell’economia Usa continuerà sino a luglio senza una recessione secondo le stime del National Bureau of Economic Research verrà superato un altro record per gli Stati Uniti: quello del periodo di espansione economica più lungo dal 1991-2001, il più lungo di sempre per l’economia Usa dal 1857.

Ma se le cose andranno bene da questa parte dell’Oceano non vuol dire che andranno allo stesso modo in tutto il mondo. A partire dai Paesi emergenti più sotto pressione e vulnerabili, come Argentina e Turchia. Se la Fed rialza i tassi per evitare il surriscaldamento dell’economia americana e per rendere appetibili i titoli di stato Usa, i Paesi emergenti per competere con i T Bond sono costretti ad aumentare i rendimenti delle loro obbligazioni per continuare ad attrarre capitali esteri: gli investitori globali si spostano dove pensano di poter avere maggiori guadagni a fronte di un aumento dei rischi. E i Paesi più fragili e meno strutturati in questo gioco a chi offre di più sono quelli che soffrono di più, in termini di sostenibilità del debito e di crescita economica. La Turchia, ad esempio, quella che fino a poco tempo fa in Europa veniva definita “la Cina vicina”, nel 2019 secondo le stime di Bloomberg crescerà di appena lo 0,8%. Percentuali non da Paese emergente né tantomeno da tigre economica. Qualche contraccolpo rischia di esserci per gli ultimi vagoni del treno.

Negli Stati Uniti nel 2019 aumenterà la conflittualità con il nuovo Congresso nel quale i repubblicani perderanno la maggioranza alla Camera. L’amministrazione Trump, oltre ai vari e tanti problemi legati a inchieste e contenziosi giudiziari del presidente, rischia di rimanere bloccata da questa situazione nuova, come fu per gli ultimi due anni della presidenza di Barack Obama. Il motore girerà a mezza velocità. Come ha già detto qualche commentatore: gli States saranno come un’auto che andrà a 6o km all’ora invece di andare a cento.

Tuttavia la data più importante del 2019 segnata sul calendario degli economisti, dei politici e degli investitori è quella del 29 marzo, il giorno nel quale la Gran Bretagna dopo 46 anni dovrebbe lasciare l’Unione europea. Brexit avrà un impatto sulla crescita economica del Regno Unito che diminuirà stando a tutte le previsioni, ma rischia di averlo anche sulla vecchia Europa e per il resto del mondo. Poi ci saranno le elezioni europee in maggio dove sarà importante capire quale Europa verrà fuori dalle urne, se prevarrà il fronte populista-sovranista o se continuerà il complesso e lungo, ma positivo e pacifico, percorso dell’Unione europea. Un altro passaggio importante, decisivo, sarà quello dell’addio previsto di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea in ottobre e della sua successione, dopo anni di guida sicura dell’eurozona che ha portato a superare l’onda della crisi finanziaria Usa prima, e poi quella dei debiti sovrani.

La Cina continuerà a crescere, ma meno del solito sotto le turbolenze dei rapporti bilaterali con gli Stati Uniti e con la mina innescata del debito locale e bancario: nel 2019 la crescita del Pil secondo le stime di Bloomberg sarà del 6,4%. Il livello più basso dai tempi delle proteste in piazza Tienanmen, anno 1989. L’India resta il campione della crescita in Asia, con il primo ministro Narendra Modi che nel 2019 cercherà di centrare il secondo mandato. In Brasile, prima economia sudamericana, comincerà il suo mandato il nuovo presidente conservatore Jair Bolsonaro. Su tutti, però, resta l’incognita Trump e dei suoi tweet per la prima economia mondiale e, di converso, per il resto del mondo. Il presidente Usa, dicono tutti i cronisti americani, non è il tipo “che fa annoiare” chi cerca, giorno dopo giorno, come chi scrive, di raccontare le sue politiche a suon di tweet. La sua imprevedibilità è un ulteriore elemento che pesa sulle prospettive economiche del 2019 e sposta un po’ di più la direzione della lancetta verso “le incertezze politiche”.

Da IlSole24Ore

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