Draghi: dall’euro più vantaggi che costi

L’ euro e il mercato unico europeo hanno portato più vantaggi che costi all’Europa, assicurando i benefici della globalizzazione e dell’apertura dei mercati ma al tempo stesso proteggendo i Paesi più vulnerabili e i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato, che in Europa è “libero ma giusto”.

La crescita potenziale nell’Europa unita è aumentata e così il commercio e gli investimenti diretti dall’estero. Ma è anche vero che in alcuni Paesi europei, diversi vantaggi attesi dall’Unione monetaria «non si sono ancora materializzati».

Servono unione bancaria e bilancio comune
Per questo bisogna fare di più: «Per porre i Paesi dell’euro al riparo dalle crisi occorre procedere quanto meno sul completamento dell’unione bancaria e del mercato unico dei capitali e su quello del bilancio comune con funzioni anti-crisi», ha detto il presidente della Bce Mario Draghi oggi durante il suo intervento al Sant’Anna di Pisa dove ha ricevuto un Ph.D Honoris causa in economia. Nel suo esordio, rispondendo all’intervento di uno studente, Mario Draghi si è anche detto, tra l’altro, «orgoglioso di essere italiano».

«L’inazione su entrambi i fronti è inaccettabile, accentua la fragilità dell’unione monetaria proprio nei momenti di crisi e dunque la divergenza aumenta» ha aggiunto il numero uno della Bce. L’Europa unita porta pace, libertà, democrazia e prosperità: è stata concepita per questo, dopo la Seconda Guerra Mondiale e dopo «oltre un secolo di dittature e miseria».

I singoli Stati facciano di più
I singoli Stati però devono fare di più, rafforzando il cammino delle riforme strutturali all’interno dell’area dell’euro, perché con queste si creano posti di lavoro, salari, crescita e stato sociale: tornare alla sovranità monetaria, per riprendere in mano lo strumento delle svalutazioni competitive, non funzionerebbe. Inoltre «nel resto del mondo il fascino di ricette e regimi illiberali si diffonde, a piccoli passi si rientra nella storia. È per questo che il nostro progetto europeo è oggi ancora più importante. È solo continuandone il progresso, liberandosi le energie individuali ma anche privilegiando l’equità sociale che lo salveremo attraverso le nostre democrazie ma nell’unità di intenti».

È questa l’essenza dell’analisi costi-benefici sull’Unione europea, sull’euro e sul mercato unico europeo del presidente della Bce Mario Draghi nel suo discorso sull’Europa: il prossimo mese l’euro compirà 20 anni.

La svalutazione della lira servì a poco 
Dal 1979 al 1992, la lira è stata svalutata sette volte contro il marco tedesco, perdendo nel totale all’incirca metà del suo valore contro la moneta tedesca. Tuttavia la crescita media annuale della produttività in questo periodo dell’Italia è stata inferiore a quella dei 12 Paesi poi entrati nell’euro, ha rimarcato Draghi. Nel periodo, la crescita del Pil italiano è stata abbastanza in linea con quella degli altri Paesi europei ma il tasso della disoccupazione in Italia è crescito dell’1,3%. I prezzi al consumo in Italia sono cresciuti, dato aggregato, del 223% in quel periodo, a confronto con il 103% dei 12 Paesi dell’euro.

Prima dell’euro l’Italia aveva crescita più bassa
Tra il 1990 e il 1999, cioè prima dell’introduce dell’euro, Draghi ha ricordato anche che l’Italia aveva il più basso tasso di crescita pro capite del Pil tra i primi Paesi fondatori dell’euro. E tra il 1999 e il 2008, ancora una volta l’Italia ha avuto questo tasso di crescita come il più basso nell’area dell’euro. Dal 2008 al 2017, in questo l’Italia è stata seconda solo alla Grecia. Mentre la crescita dell’Italia negli anni 80 è stata presa in prestito dal futuro, perché è stata basata sul debito lasciato in eredità alle generazioni future.

Draghi fornisce più di una spiegazione per questa arretratezza dell’Italia, prima ma anche durante l’euro. Prima di tutto, è un problema dell’offerta perché esiste una correlazione tra il Pil pro capite in diverse regioni italiane collegato alla loro performance economica e alla ricchezza o povertà delle singole regioni. Inoltre, i Paesi strutturalmente più deboli sono anche i più vulnerabili ai rallentamenti economici. Un altro fattore che incide sulla peggiore performance dell’Italia rispetto ad altri Paesi europei è il fatto che l’Unione monetaria rimane «incompleta in alcuni aspetti chiave».

Chi ha sviluppato politiche strutturali ha recuperato prima
I Paesi che hanno implementato politiche strutturali decisive hanno recuperato più velocemente dalla crisi rispetto ad altri. Ma secondo Draghi, oltre alle politiche strutturali, occorrono «diversi strati di protezione per assicurare che i Paesi possono stabilizzare le loro economie durante le crisi»E quelli con il debito pubblico più alto hanno meno margini per stabilizzarsi durante una recessione. Nel 2011-2012, il costo del rifinanziamento del debito è salito durante la recessione e non sceso, a causa dell’avversione al rischio dei mercati: i Paesi nell’area dell’euro, soprattutto i pià debooli, vanno difesi dalla prociclicità dei mercati. La mancanza di backstops e strumenti di stabilizzazione ha danneggiato la crescita e la sostenibilità fiscale. Negli Stati Uniti, il 70% degli shock sono mitigati e condivisi tra gli Stati attraverso mercati finanziari integrati, mentre nell’area dell’euro questo avviene solo per il 25%. Per questo è nell’interesse dei Paesi più deboli, come l’Italia, completare l’Unione bancaria e la creazione di un mercato unico europeo dei capitali.

L’impatto dell’Europa su lavoratori e imprese italiani
Ripartendo i guadagni e le perdite connesse con il commercio con il resto del mondo in modo più uniforme, le catene di valore hanno accresciuto la condivisione del rischio fra i paesi europei. Nell’Unione quasi il 20% dei lavoratori delle imprese orientate all’esportazione è impiegato in paesi diversi da quello dell’esportatore del prodotto finale, ha sottolineato Draghi, rilevando che «circa mezzo milione di lavoratori italiani partecipa ai processi produttivi di imprese che risiedono in altri paesi europei ed esportano nel resto del mondo».

Le imprese italiane partecipano, esse stesse, in misura significativa alle catene di valore, con effetti positivi sulla produttività del lavoro: «È spesso attraverso questo legame con le catene di valore che specialmente la piccola-media impresa italiana, caratteristica del nostro sistema produttivo, riesce a sopravvivere e a crescere, conservando al Paese, in un mondo sempre più orientato alle grandi dimensioni, una sua caratteristica fondamentale. L’Italia è attraverso il mercato unico e con la moneta unica, strettamente integrato nel processo produttivo europeo».

In Europa mercato «libero ma giusto»
L’obiettivo del mercato unico fu delineato in un momento di debolezza dell’economia europea, ha ricordato Draghi. Il tasso di crescita dei dodici paesi che in seguito avrebbero formato l’area dell’euro, dopo essersi attestato al 5,3% annuo dal 1960 al 1973, si è abbassato al 2,2% all’anno dal 1973 al 1985; similmente, il prodotto potenziale ha rallentato dal 5% annuo all’inizio degli anni ’70 a circa il 2 all’inizio del decennio successivo.
«La risposta dei governi alla bassa crescita fu di aumentare i deficit di bilancio – ha ricostruito Draghi -. Dal 1973 al 1985 i disavanzi pubblici furono in media il 3,5% del PIL nei futuri paesi dell’area dell’euro a 12, il 9% in Italia. Negli stessi paesi la disoccupazione salì in media dal 2,6 al 9,2% e dal 5,9 all’8,2% in Italia. Per rilanciare la crescita, l’Europa aveva già a disposizione uno strumento efficace: il mercato unico. «Fu proprio il progetto del mercato interno che consentì all’Europa, a differenza di quello che accadeva su scala globale, di imporre i propri valori al processo di integrazione, di costruire cioè un mercato che fosse, per quanto possibile, libero ma giusto».
In quanto ai benefici di «un mercato e una moneta», Draghi ha detto che al riparo dello scudo dell’euro il commercio intra-UE ha accelerato, salendo dal 13% in rapporto al Pil nel 1992 al 20% oggi.

Gli scambi all’interno dell’area dell’euro si sono accresciuti sia in termini assoluti sia come quota degli scambi totali tra le economie avanzate, anche dopo l’ingresso delle economie emergenti sul mercato globale. Gli Ide (investimenti diretti esteri) nell’area Ue sono ugualmente aumentati, e nel caso italiano questi investimenti di origine Ue sono aumentati del 36% tra il 1992 e il 2010.
Per Draghi, la moneta unica ha consentito a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto al regime di parità fisse vigenti nello Sme. Le decisioni rilevanti di politica monetaria erano allora prese in Germania, oggi sono condivise da tutti i paesi partecipanti. La dimensione dei mercati finanziari dell’euro ha inoltre reso l’area della moneta unica meno esposta agli spillover della politica economica americana, nonostante l’accresciuta integrazione finanziaria globale.

 

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