Manovra del popolo: ogni euro in deficit porta solo 35 centesimi al Pil

C’è uno spread nella «manovra del popolo» che non ha nulla a che vedere con il differenziale di rendimento tra i bund tedeschi e i Btp italiani. È la differenza tra l’annuncio di una manovra della crescita e le cifre reali stanziate per quell’obiettivo. La sfida a Bruxelles sulla spesa in deficit per finanziare il turbo-aumento del Pil deve fare conti con i cosiddetti «moltiplicatori» previsti proprio nella legge di bilancio. Perché la manovra sia «rivoluzionaria» rispetto al passato quanto a spinta per l’economia, occorre che un euro speso in deficit possa generare una somma superiore in termini di prodotto interno lordo.

È tutta qui la narrazione che ha accompagnato finora la manovra: si spende in deficit, ma quella spesa

tornerà in termini di maggiore sviluppo e quindi di maggiore crescita. A volte si cita il New Deal a volte Keynes per ricordare il miracolo della spesa che origina più di quanto «brucia».

Passi il fatto che la manovra taglia gli investimenti quattro volte più della spesa corrente (1,6 miliardi contro 440 milioni); ma se il Governo scrive, nero su bianco, nel Documento programmatico di bilancio inviato agli arcigni valutatori europei che il moltiplicatore medio usato per rendere congruo il quadro macro economico è di 0,5 per il primo anno, rende l’operazione crescita un po’ più fragile.

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Significa che, per ogni euro speso, tornano al sistema 50 centesimi. In realtà quel coefficiente è coerente con la natura composita delle azioni di bilancio, concentrate in gran parte nei trasferimenti diretti alla cittadinanza e, in misura minore, in investimenti veri e propri. Ciò che conta è che – sempre stando alla relazione inviata a Bruxelles – nel triennio per ogni euro speso si avrà un ritorno di 35 centesimi al Pil (il calcolo che fanno gli economisti è dato dal rapporto tra il deficit aggiuntivo cumulato e l’aumento cumulato del Pil atteso nel triennio, vale a dire tra 1,4 e 4 che dà come risultato il moltiplicatore 0,35, vale a dire 35 centesimi ogni euro speso che ritornano al Prodotto interno lordo).

Quando si sceglie la strada dei trasferimenti, come è il reddito di cittadinanza o quota 100 per le pensioni, la resa di quella spesa non supera mai, stando ai criteri in uso al Fondo monetario internazionale, un moltiplicatore di 0,7-0,8, mentre la spesa in investimenti supera in genere il livello 2 e quindi riporta al Pil il doppio di quanto si spende (e a volte può arrivare anche a quota 3). Gli investimenti, per i quali ci sono 15 miliardi nel triennio, compresi vecchi stanziamenti già in bilancio, restano il vero punto debole della manovra. Ed è proprio questo che Bruxelles contesta al Governo italiano, usando peraltro le sue stesse cifre.

Dal Sole24Ore

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