Def: equità sociale o redistribuzione?

«Non abbiamo deliberato nulla di nuovo perché la deliberazione è avvenuta al Cdm. Vi confermiamo ufficialmente che il rapporto deficit/Pil è attestato al 2,4% ma poi calerà al 2,1% e all’1,8%». Così esordisce Giuseppe Conte al termine dell’ultimo incontro sul Def che ha coinvolto i due vicepremier, il ministro dell’Economia  e il titolare della Farnesina.

Se il rapporto deficit/Pil sarà fissato al 2,4% nel 2019, ma scenderà al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021, «il rapporto tra debito e Pil prospetterà numeri in discesa: siamo attorno al 130,9% ma scenderemo progressivamente sotto il 130 per arrivare fino al 126,5% nel 2021» ha aggiunto il premier Giuseppe Conte.

Obiettivi ambiziosi legati da una parte a previsioni di crescita dell’economia italiana, dall’altra a riduzione del deficit e del debito nell’rcco del prossimo triennio. Nei fatti sarà possibile tutto questo? Secondo gli artefici della nuova manovra questa presenta un assoluto carattere di discontinuità in quanto metterebbe fine all’austerity del passato dove la parola austerity sta a significare anche la riduzione del disavanzo degli anni passati, attuata principalmente attraverso la riduzione della spesa per interessi resa possibile dal quantitative easing della Bce e non con misure restrittive in senso stretto. L’idea di fondo legata alle teorie postkeynesiane è che la crescita si possa verificare con lo stimolo della domanda indotta dall’aumento del deficit che agirebbe da moltiplicatore della stessa, dell’offerta da parte delle imprese e quindi della produttività.

In fondo la teoria è semplice, se le persone hanno più disponibilità di denaro possono domandare più beni, facendo aumentare l’offerta e quindi l’occupazione. Secondo alcuni però i moltiplicatori – diversi per le spese e per le entrate – cambiano in dipendenza del ciclo economico e sarebbero alti nelle recessioni molto profonde, bassi o nulli nelle fasi di crescita; e l’Italia, in questa fase, cresce lentamente ma cresce.

Quindi l’effetto sperato sarebbe vanificato dalla congiuntura di debole ripresa dell’economia italiana. Al tempo stesso non si comprende come si possa ridurre il deficit lasciando invariate le politiche sociali promesse e ridurre il debito nelle misure indicate nel triennio. Ciò sarebbe possibile solo in un quadro di spending review al momento non dettagliato che creerebbe un clima di forte incertezza non favorevole alla prospettata crescita tramite i consumi in vista di possibili tagli o cesoie che piomberebbero nel caso in cui la crescita non raggiungesse il livello indicato mettendo a rischio la riduzione progressiva del debito.

Anche le annunciate misure di spese di investimenti per 15 miliardi non possono produrre effetti nel breve periodo in base ai tempi di efficacia della politica fiscale che è possibile valutare a distanza di tempo quanto al raggiungimento dello scopo prefissato e se non intervengono ulteriori fattori di discontinuità. Quel che appare certo è che le previsioni di crescita sono quantomeno azzardate considerato lo scarso effetto a livello di questa delle indicate misure espansive, la spesa per interessi è destinata a salire per la ferma volontà di spendere in deficit anziché con il reperimento delle risorse e così il debito che è e sarà sempre una certezza sul fatto che sia un macigno attuale e per le future generazioni. Le perplessità quindi hanno un certo fondamento, per questo le prospettate migliorative riforme sociali rischiano di trasformarsi nell’ennesimo motivo di scontro fra chi ne usufruirà e chi le pagherà esponendo tutti a nuovi rischi di crisi economica finanziari e sociale di cui non si avverte alcuna necessità.

La Redazione

 

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