M5S-Pd, intesa sul taglio del cuneo fiscale: servono 15 miliardi in tre anni

I dem puntano a estendere gli 80 euro, un intervento da 15 miliardi in tre anni. I pentastellati vogliono legare la misura al salario minimo, con un costo di 4-5 miliardi

Nelle ultime bozze delle “linee programmatiche”, messe nero su bianco da M5S e Pd per l’eventuale nuovo governo giallo-rosso, il taglio al cuneo fiscale-contributivo c’è, ed è anche tra i primi paragrafi del documento. L’esigenza di «ridurre le tasse sul lavoro» è comune a entrambi gli schieramenti, legandosi a doppio filo al rilancio di investimenti, assunzioni e consumi. Anche il veicolo normativo è sostanzialmente definito: la prossima legge di bilancio. Le ricette delineate dai due schieramenti sono in queste ore oggetto dei confronti tra i tecnici per tentare una possibile sintesi. I punti di partenza non sono proprio convergenti, e molto dipenderà anche dalle risorse che si riusciranno a reperire in vista della manovra d’autunno.

Per i dem l’operazione “taglio al cuneo” passerebbe per un meccanismo di detrazioni fiscali, che assorbirebbero anche gli “80 euro”, di fatto generalizzandoli pure a fasce di reddito oggi escluse (ad esempio, incapienti e lavoratori con oltre 26.600 euro). Si tratterebbe di una riduzione del cuneo che andrebbe a vantaggio dei soli lavoratori che, secondo le simulazioni fatte in casa Pd, comporterebbe un aumento delle retribuzioni fino a 1.500 euro netti l’anno, in pratica una mensilità di stipendio in più.

Per individuare la platea di beneficiari, si farebbe riferimento ai livelli reddituali. Ad esempio, fissando l’intervento per redditi fino a 55mila euro (l’asticella è tuttavia oggetto di discussione), si coinvolgerebbero circa 20 milioni di lavoratori. Per gli incapienti, sotto cioè gli 8mila euro, la detrazione agirebbe sotto forma di credito da incassare in sede di dichiarazione dei redditi o di conguaglio annuale da parte del sostituto d’imposta. In casa dem l’intervento dovrà essere “tangibile”: per questo, si parla di impegnare quasi un punto di Pil, vale a dire 15 miliardi di euro, in tre anni.

 

In casa cinque stelle invece la priorità è la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, e la si lega, a doppio filo, all’introduzione del salario minimo. Anche ieri Luigi Di Maio, parlando della prossima manovra, ha ribadito la necessità di interventi rivolti alle imprese. La proposta “grillina” di riduzione del cuneo fiscale-contributivo resta quella anticipata per sommi capi alle parti sociali nell’incontro a palazzo Chigi dello scorso 25 luglio. Si tratta di esonerare i datori di lavoro dal versamento del contributo dell’1,61% della retribuzione destinato alla Naspi e di quello del 2,75% per la disoccupazione agricola, ma soltanto per i lavoratori a tempo indeterminato. Una soluzione che costerebbe tra i 4 e i 5 miliardi, ma che è stata accolta con freddezza da imprese e sindacati, anche perché la riduzione del costo del lavoro per le aziende sarebbe messa a carico della fiscalità generale. Non solo, il disco rosso delle parti sociali si è alzato anche nei confronti del salario minimo legale, altro tema di confronto, non proprio in discesa, tra grillini e dem. I primi rilanciano il Ddl Catalfo, e i 9 euro lordi l’ora validi ex lege per tutti. I democrat chiedono invece di non spiazzare i Ccnl. Qui un possibile punto di mediazione potrebbe essere quello di affidare a una commissione di esperti l’indicazione di un salario minimo che non confligga con i singoli Ccnl.

Il capitolo “costo del lavoro”, probabilmente, entrerà nel vivo nelle prossime settimane, quando si conoscerà la dote per finanziare l’intervento (già sulla legge di Bilancio gravano 23 miliardi per sterilizzare gli aumenti dell’Iva, e altri 2-3 miliardi per le spese indifferibili).

In caso di risorse limitate, almeno tra i tecnici di area dem e M5S, non è a oggi escluso a priori un taglio al cuneo più limitato, magari concentrato sui giovani, potenziando l’attuale esonero triennale per le assunzioni stabili degli under35 (esonero del 50% dei contributi fino a 3mila euro annui). Fatto sta che l’esigenza di un serio intervento al costo del lavoro non è più rinviabile. Lo dicono i numeri. In Italia il tax wages, fonte Ocse, è tra i più elevati al mondo. E l’impatto sulle imprese di questa “zavorra” è davvero notevole. Nei mesi scorsi il CsC lo ha ben evidenziato: per riconoscere, ad esempio, una retribuzione netta di mille euro, l’imprenditore sostiene un costo reale di 1.828 euro. E la “zavorra” sale al crescere dello stipendio.

Da IlSole24Ore

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